Maiale mon amour...
antica macelleria Falorni
Il cognome Falorni è raro in quel di Greve; la forma cognominale non è autoctona, benché un nucleo si sia stabilito nel Chianti già sul finire del Seicento.
All’inizio del secolo barocco per eccellenza, la loro presenza è attestata nella città di Firenze, in varie sepolture, soprattutto nella chiesa di Santa Felicita, quartiere di residenza dei Falorni. Laura, Antonio di Giovanni, Caterina furono sepolti sul finire del Seicento in quella chiesa. Forse dalla città dei Medici, o forse addirittura da Pisa o da Prato, dove all’inizio del Cinquecento visse Cosimo figlio di Jacopo detto “il falorno”, giunse a Greve qualcuno che portava quel cognome e vi si stabilì.
Scherzosamente, alla 'toscana', si diceva che i Falorni avevano 'il fuoco sotto le p….'; ce l’avevano effettivamente nello stemma, ma soprattutto avevano fuoco per forgiare idee, forse a ciò si riferiva la caustica battuta.
I Falorni a Greve si misero a fabbricare sapone e soprattutto lampante, quel liquido tanto utile in passato per fare funzionare le lampade a olio; poi ad un Gio Batta (troncato del nome proprio Giovanni Battista) venne in mente di vendere carne.
La macelleria Falorni, ancora la stessa da tre secoli (l’ottava generazione sta per passare il testimone alla nona), aprì i battenti nel 1729; per meglio spiegare, non proprio i battenti, visto che in passato la carne veniva venduta all’aperto, tanto che nella piazza di Greve ancora si vedono le “gancere”, una serie di grossi e robusti ganci fissati ad un’asta metallica utili per appenderci carni e salumi; i “clienti” spesso portavano direttamente il tegame dove avrebbero cucinato la carne che acquistavano dal Falorni; niente carne argentina ovviamente, ma esclusivamente la nostra chianina (la rima è involontaria); dovevano, in effetti, ritenersi soddisfatti, la qualità doveva essere buona, se come si legge nel registro delle adunanze del magistero di Greve “la bottega ha carni salubri, e a giusto prezzo”.
Dunque, tornando all’arme della famiglia, avevamo scritto del fuoco, quello presente nello stemma. La blasonatura dell’emblema, ossia la descrizione in termini araldici, è la seguente; d’oro alla pergola rovesciata di rosso con in punta un fuoco anch’esso di rosso. Il “campo” (per campo in araldica si intende lo sfondo dello scudo) è del più nobile dei metalli, l’oro; la “pergola” è una pezza onorevole sul cui significato gli araldisti si sono sbizzarriti, molto rara nel blasone; poi compare il fuoco, che fa di questo stemma un “emblema parlante”, cioè uno stemma che con le sue figure riconduce direttamente al nome della famiglia; infatti, con molta probabilità, la radice etimologica del cognome riconduce a “falò”, in origine voce pisana; il falò, o fuoco, si trova in araldica sotto forma di fiamme e simboleggia la generosità, la gaiezza, l’ardire.
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